ott 14, 2012 | Post by: admin No Comments

LA DANZATRICE DI LUCERA

Lucera! La città e la fortezza stanno pesantemente sulla nuda collina che si eleva solitaria nel Tavoliere. Quindici torri sorvegliano le mura del Castello di Federico Svevo. Il grande imperatore riposa già da tempo nel suo sarcofago di porfido, laggiù, nella lontana Palermo. Eppure i saraceni non credono ancora alla sua scomparsa, perché vedono e sentono la sua ombra aggirarsi inquieta fra le mura del castello prediletto. In un tramonto primaverile, sulla strada che da Foggia porta a Lucera, vengono due cavalieri. Il primo, sulla trentina, ha lunghi capelli d’oro e gli occhi azzurri di una luce fredda: è Manfredi, il figlio di Federico, accompagnato dal fido Maletta; e viene dal suo palazzo di Foggia, dove ha lasciato bruscamente la moglie in seguito a un ancor più violento litigio.

La greca regina – Elena degli Angeli – con la sua freddezza ha allontanato gradatamente il marito da sé. Manfredi, giungendo a Lucera, vede, sulla piazza affollata, danzare, su di una palla dorata, la giovinetta saracena Semrud, “la danzatrice di Lucera”, figlia di una “bellezza” di Federico II: e si sofferma a guardarla. All’ingresso della fortezza egli viene accolto dal comandante saraceno di Lucera Achmend ed Din che ne guida il cavallo fino al palazzo imperiale ch’è assai bello e arieggia quello di Cordova. Tremila colonnine orientali ne circondano il vasto cortile interno; le porte sono di cedro, incrostate d’oro; poi vi è l’incantevole giardino, il così detto “giardino delle stelle cantanti” fresco di fontane (ognuna delle quali simboleggia un pianeta) e aulente di rose, sul quale danno le finestre dell’appartamento intimo del palazzo e quelle, dalle inferriate d’oro, dell’harem.

Qui vi troviamo Manfredi, a tarda notte, meditabondo. Egli pensa a suo padre, al grande imperatore; alla moglie; ai figli, all’adorata sorella sua Violante, moglie di Acerra; gli occhi della quale involontariamente avvicina a quegli, dotati della stessa luce azzurra e fredda, di Semurd, la danzatrice saracena. Al mattino fa comprare codesta giovinetta e la fa portare al palazzo, un po’ spinto dalla subitanea attrazione che gli ha ispirato, un po’ per vendicarsi di Elena. Invano però ne cerca l’amore; ché Semrud stranamente gli si ribella con violenza e sarcasmo, dicendogli sul viso che quel che solo vale in lui è la corona. Lo svevo la percuote e vorrebbe, sdegnato, ucciderla. Ma Semrud, pur ferita, riesce, nella notte, a fuggire.

Poco dopo giunge la nuova che il vicario di Carlo I d’Angiò è arrivato a Roma. Come un’ombra greve s’affaccia al cuore di Manfredi questo nome: Angiò, l’uomo che il Papa ha chiamato per tenere in iscacco lui, lo scomunicato. Ma in fondo egli, Manfredi, non ha paura: ha uomini e denaro, ciò che non hanno coloro che s’accingono a fargli guerra. Costretto intanto a provvedere alla difesa del suo regno, si dirige prima a Castel del Monte, ove la cara sorella sua Violante giace gravemente inferma, e di là, traversando il Vulture, a Lagopesole. Sul Vulture, in uno strano incontro, rivede Semrud, e vorrebbe tenerla con sé, onde si toglie dal dito e le lancia il magico anello paterno. Ma l’atteggiamento della giovane non muta. Essa gli restituisce l’anello e torna a fuggire. Quella gemma, sacra alla memoria di Federico, scagliata via, è come un nero presagio.

La tempesta s’addensa sul capo del biondo sire. L’Angiò è a le Crapaud con sua moglie Beatrice, contessa di Provenza, che non cessa di stimolarne l’ambizione e si accinge a tessere una fitta rete di intrighi a fine di conquistare la corona d’Italia, cercando di persuadere alla sua causa le ricche città e i potentati dell’Italia del Nord. La notizia dell’assunzione alla tiara di Clemente IV, amico di Carlo d’Angiò, sorprende Manfredi nei suoi ozi preferiti (cacce, ritrovi fastosi, allegre compagnie, ecc.). Invano comandanti, parenti, adepti, cercano di scuoterlo dal suo torpore. Egli non vede ancora la gravità della situazione e si affida ciecamente alla sua fortuna, alla forza delle sue armi, alla floridezza del suo tesoro, alla devozione del suo popolo. Solo dopo la notizia dello sbarco di Carlo d’Angiò sulla costa di Roma si decide a mettersi in marcia con l’esercito. Ma quando sta per avanzare alla volta di Roma per sorprendervi il nemico, ecco che gli arriva un grave colpo al cuore! La triste nuova della morte di Violante.

Continua la sua via e lo raggiunge ancora un’altra notizia: Semrud, si è incontrata con Angiò e ora è al suo seguito e danza per lui! Allora non regge più dal dolore e dalla passione: la sua anima freme di un’angoscia senza nome, e dà l’inaspettato, sconcertante ordine della ritirata. Poi, con l’anima in tumulto, si reca a S. Gervasio presso la moglie e i figli in cerca di riposo. Ma la sua agitazione cresce. Egli sente di essere alla vigilia di eventi che non può dominare. Per lunghi mesi vaga di città in città, di castello in castello. Passa anche per la fedelissima Lucera, così cara al suo cuore, per un breve saluto, l’ultimo! Poi torna al Castel del Monte. Ivi chiama a raccolta i comandanti, deciso ad agire. Intanto l’Angiò, con un esercito messo su con l’aiuto del Re di Francia e del Papa, si mette in cammino verso il regno dell’Hohenstaufen nelle tiepide giornate di una precoce primavera. Manfredi deve, infine, muovere incontro al nemico. Manda però prima Elena e i teneri figli a Lucera che dà garanzia di sicurezza, e l’addio è triste, difficile il distacco!

Un presagio fatale incombe sul cuore di lui mentre muove per Capua. Contemporaneamente Carlo d’ Angiò avanza. Arrivato al confine gli vanno incontro – alleati – la fortuna e il tradimento. Così, per la defezione del conte d’Acerra (tra i primi a tradire Manfredi) egli, Carlo, può attraversare, senza alcun pericolo, il passo di Ceprano. Poi è un susseguirsi di vittorie: Rocca d’Arce, Castel San Germano. Così la via è libera al cuore dell’Impero. Manfredi, allora, si butta con il suo esercito fra Benevento ed il nemico che lentamente si inoltra nella valle del Volturno. E’ la sera del 25 febbraio 1266. Il vento spirante fra gli olivi dà un senso d’indicibile inquietudine. Manfredi, a cavallo, vaga muto per la campagna. Ora gli sembra di leggere nella propria anima come mai gli è occorso: senza illusioni. Vede la sua vita, i tragici errori, la fatalità incombente sulla dinastia degli Hohenstaufen. Pure la storia – pensa – dovrà ricordarlo, e se egli non ha potuto né conservare né trasmettere la luce solare del padre suo, potrà nella sua vita brillare vivamente prima di spegnersi: di questo egli sarà al certo capace.

Ode un fruscìo nell’ombra e una voce chiamarlo: “Re Manfredi”. E’ Semrud – la sente vicina prima ancora di riconoscerne la voce – Semrud che ormai sembra aver legato la propria esistenza a quella di lui, Semrud trasformata: non più nemica, non più disdegnosa, non più sprezzante no, ma umile, sincera, pronta, occorrendo, al sacrificio. E dov’è andata la tremenda collera, la stessa passione di lui? Fanno già parte del passato, di quel passato che ora egli condanna. E risponde, nella notte, senza volgersi con tenerezza grande: “Semrud, abbiamo sbagliato!”. Bacia sulla fronte la giovinetta Saracena e la stringe a sé dolcemente. Sente e sa di stringere fra le braccia non altro che una sua povera sorellina. “Addio, Semrud! Il destino si compia!”. Così queste due nature ardenti e complesse, dopo essersi combattute e respinte quando tra loro alitava la passione, dovevano poi sentirsi legate da vincoli ben saldi e indissolubili prima che il destino le abbattesse. Ma quanto l’una non aveva influito sul destino dell’altra? Le prime luci dell’alba inducono Manfredi a far ritorno al campo. L’Angiò è lontano solo due miglia. Contro il parere dei capi Manfredi decide di attenderlo sul posto.

26 febbraio 1266. Battaglia di Benevento. Dopo lungo fortunoso combattimento, i soldati di Manfredi devono cedere al soverchiante nemico favorito dal tradimento del conte di Acerra. Ed egli, il biondo sire di Svevia, colpito da un fendente, cade da cavallo con negli occhi – che ancora sfavillano di indomito coraggio e di eroica volontà – la visione sfolgorante di tutto il suo passato. Il gran Federico, Elena, l’amata Violante, gli si affacciano alla mente e poi, tra un luccicar di corone e un biancheggiar di corpi femminei, Semrud, la danzatrice saracena, circonfusa di luce. Fan da sfondo alla scena le rogge muraglie della fortezza saracena di Lucera e il dilettoso giardino delle “stelle cantanti”, fresco di fontane. Ma il sangue – quanto sangue! – mozza il respiro al ferito e la visione mirifica svanisce nella sensazione della vita che fugge – inesorabilmente. Ed è la fine, la lacrimevole fine. Dopo, i fedelissimi superstiti coprono il re morto con propri cadaveri e fanno della loro ardente dedizione un tumulo solenne. Ma, con la vittoria, Angiò non ha trovato né la sicurezza né la tranquillità.

Solo un anno dopo, il Papa e i potentati d’Italia si riuniscono, complottano, decidono di chiamare Corradino, il nipote di Manfredi. Corradino arriva in trionfo. Il tradimento, che già travolse Manfredi, dovrà fatalmente continuare, fino alla cattura ed alla decapitazione in Napoli dell’ultimo degli Hohenstaufen. Al momento della esecuzione del giovinetto principe – narra un cronista – una mendicante saracena tentò di irrompere fra i soldati per raggiungere Corradino. Ma una vigorosa lanciata la distese morta, a terra. Era Semrud, la danzatrice di Lucera. Questa l’avvincente trama del romanzo storico “Die Tanzerin von Lucera” (Verlag F. Bruckmann, Munchen 1937), scritto da Matilde Von Metzradt, valorosa scrittrice tedesca, amante dell’Italia e, particolarmente, della “fortunata terra di Puglia”.

Ameremmo – auspicava Giambattista Gifuni sul “Meridiano di Roma” dell’8.10.1938 – che l’altissimo tema invogliasse qualche animoso editore a pubblicare di questo bel libro una degna traduzione.

Massimiliano Monaco