nov 24, 2012 | Post by: admin No Comments

ALLA RICERCA DEL ROMANZO PERDUTO
di Anna Rita Martire

 

Tra vampiri innamorati, trentenni sfigate e sadomasochisti di terza categoria, è impresa ardua scovare un romanzo decente in mezzo alle ben più di “cinquanta sfumature” che assumono i nostri sbadigli di fronte agli scaffali delle librerie.
Ma a volte il miracolo accade. Mentre ti aggiri annoiato tra gli ennesimi e innumerevoli “casi editoriali dell’anno”, ti imbatti in un libro di quelli che – si può dire senza apparire anacronistici? – ti cambiano la vita. O almeno ti forniscono strumenti nuovi per affrontarla.

In un milione di piccoli pezzi è la storia vera di JAMES FREY, nato a Cleveland nel 1969, sceneggiatore per il cinema a Los Angeles. Si sveglia in aereo con quattro incisivi rotti, un taglio da 40 punti di sutura sul viso e il corpo pieno di lividi. Non ricorda nulla delle ultime due settimane. Non sa da dove è partito né dove sta andando. È ricercato dalla polizia di tre Stati. Ha 23 anni. È tossicodipendente e alcolista da oltre 10 anni.
Il lettore è immediatamente catapultato in una situazione allucinante, dove sensazioni estreme e amplificate si susseguono in una cronaca lucidissima della permanenza di James in una clinica per la disintossicazione da alcolismo e droga.
La prima riabilitazione è un crudo rimettere a posto i cocci che ormai trascina e che formano quello che ancora può definirsi “corpo”. Non può prendere antidolorifici, e dunque naso rotto, guancia squarciata e denti spezzati vengono riparati senza anestesie. Solo due palle da tennis gialle da stringere tra le mani. Che puntualmente sanguinano dalle unghie ad ogni punto di sutura, ad ogni trapanata del dentista, ad ogni osso raddrizzato a forza.
James lotta, lotta contro il dolore e l’agonia, contro lo stomaco devastato che lo costringe a vomitare venti volte in un’ora. Lotta contro lo specchio nel quale non riesce più a guardarsi. Non è più un uomo. È un grumo di sangue rappreso, ignoto a se stesso. Tra incubi da astinenza e infrazioni del regolamento della clinica, sfila una galleria di persone (e non personaggi, poiché tutte realmente esistite) che, ognuna a suo modo, inciderà in quel presente assoluto che è il tempo di James tra le quattro mura della struttura.
In particolare Leonard, criminale di grosso calibro che diventerà presto amico e protettore del protagonista; Miles, giudice di colore che infine si riabilita; Lilly, ragazza devastata dalla vita come neanche lontanamente si può immaginare, con la quale James vivrà una dolcissima e toccante storia d’amore.

Non svelo la conclusione della storia, dico solo che raramente ci si trova faccia a faccia con una scrittura così densa, nuda, spietata. James non si fa sconti, non accetta gli alibi forniti dai genitori e dagli psicologi che vorrebbero offrirgli delle attenuanti. Va ripetendosi continuamente “Sono un Alcolista Sono un Tossicodipendente Sono un Criminale”.

Si assume tutte le sue responsabilità, rifiuta la consolazione della religione, getta la Bibbia dalla finestra, ma si lascia prendere da un libro cinese sull’antica saggezza del Tao. Fa sue quelle parole, che gli suonano “vere”.  La “verità”, come nudità estrema, sincerità assoluta, assenza di maschere. È l’unico metro di valutazione che gli è rimasto. “Perdi tutto quello che sai e che desideri, pratica il non volere, il non desiderare, il non combattere, il non giudicare, il non sapere. Pratica soltanto l’essere. Vivi e lascia vivere, prendila. La vita. Accoglila”. Smetterà di combattere il dolore e il disgusto, accetterà lo schifo perché esiste, il male perché esiste, il sé stesso marcio, perché esiste. E sarà il primo passo verso la sua risurrezione.

Splendidamente scritto, ti prende la testa e le viscere, ti sconvolge e ti scuote, ti arricchisce e ti infonde coraggio. Del tipo: se ce l’ha fatta lui, come non farcela noi?

James Frey: In un milione di piccoli pezzi (Tea edizioni – euro 10,00)